Artista Silvio Viola

Vai ai contenuti

Menu principale:

Biografia

Da un filo d'erba



Silvio Viola, dagli anni ’90, con la scultura e la pittura porta avanti un tema concettuale la cui natura attiene all’origine dell’energia, allo sprigionarsi delle forze vitali dal magma terrestre, identificato come metafora di una crescita organica dagli imprevedibili sviluppi. L’artista, muovendo da questa ipotesi ha concepito un mondo di presenze archetipiche che sono nate dalla trasposizione plastica di un elementare filo d’erba, fino ad arricchirsi nel tempo di articolate “famiglie” dalla morfologia fluida ma caratterizzata da acuminati rostri di difesa.
Un percorso di poetica, quello di Viola, che non ha subìto successivi ripensamenti, ma si è arricchito nel tempo di valenze sempre più in conflitto con gli eventi artistici e sociali che via via andavano configurandosi. Infatti, lavorando fuori dal sistema dell'arte, è stato capace di svincolarsi dal retaggio delle mode e, soprattutto, ha potuto commisurare la propria ideologia identificando l'arte con la vita. Questo tutt'uno, rappresentativo nella storia dell'arte, ha come scopo primario l'espressione soggettiva e il coinvolgimento totale del proprio essere con le azioni che il linguaggio artistico consente. Va detto però, e la storia lo dimostra, l'individuale, quando la sensibilità, l'intelligenza e la vitalità creativa dell'artista sono indicative, riesce a rendere conto anche dell'universale e del sentire comune.
Questa premessa era necessaria per interpretare e comprendere al meglio sia il contenuto delle opere quanto la loro concezione estetica e il loro linguaggio tecnico, sempre in sintonia con le intenzioni progettuali e gli stimoli nati dall'appartenenza dell'artista a quel “mondo di frontiera” cui facevo riferimento. Per quanto riguarda la tecnica Silvio Viola, avendo una formazione accademica, possiede notevoli capacità di controllo del materiale ma sa modellare con quella sapienza stilistica che gli ha permesso di evitare i vizi del compiacimento descrittivo e formale presente in molte delle opere dei diplomati in scultura. Che si tratti di legno, piombo, marmo, ceramica, catrame, poco importa perché egli riesce a utilizzarli sperimentando di volta in volta soluzioni atipiche e gli esiti espressivi che ne scaturiscono sono sempre innovativi.
La sua concezione estetica riferibile alla scultura è di un’organicità minimalista pertinente alle morfologie di Hans Arp (1887/1966) e a quelle di Constantin Brancusi (1876/1957) entrambe, però, filtrate da un’evocatività surreale recepita attraverso l’opera di Juan Mirò (1893/1983). Artista preso a riferimento anche per quanto riguarda il lavoro pittorico di Silvio Viola. Infatti, le due esperienze, vanno di pari passo e il legame che unisce la pienezza delle convessità con il recedere delle parti concave genera nelle sculture flussi energetici ora modulati o dissonanti per il contrasto dimensionale delle parti alte, generalmente terminanti in forma sottile; mentre nelle opere graffite e dipinte (particolare la tecnica: uno strato di catrame, un altro di vernice stradale per cui, incidendo con il disegno quest’ultimo livello, affiora il nero del bitume) il surrealismo “sintetico” di Mirò si fa più esplicito ma la ricchezza materica - memore di Antoni Tàpies (1923) - e l’originale cromatismo qualificati da Viola, rende l’insieme del tutto autentico. Le sculture, spuntando da terra (dal magma sottostante, ipotizza l’artista), si ergono come totem di un’ignota etnia megalitica. Chi le osservi, non tarderà a essere coinvolto dalla sacralità del luogo (il recinto del soprannaturale) per cui la suggestione, pian piano, prenderà il sopravvento. I quadri, a differenza delle sculture (quelle in legno tassellato sono levigate e favoriscono l’andamento flessuoso delle forme tanto da indurre la mano a percorrerne la superficie) sono essenzialmente materici, vuoi per la particolarità della tecnica: oltre a essere graffito dall’artista, l’ultimo strato di vernice viene anche bruciato con la fiamma, per cui il pigmento e il catrame, coagulandosi, danno vita a zone in rilievo, a “ustioni” che richiamano, senza imitarle, le combustioni di Alberto Burri (1915/1995), vuoi per la scelta poetica di Viola, che essendo scultore, predilige le tre dimensioni rispetto alla planimetricità della pittura quindi, ogni volta, egli aggiunge materia sulla superficie della tela e la manipola fino a eleggerne l’essenza plastica. La serie di opere dedicata al tema dei Viandanti, oppure le altre denominate Nuvole abitate, oppure Ferita o Caos, rivelano sì la stessa energia già segnalata per le sculture, però sono un compendio che accompagna la “sacralità” di quest’ultime. Ovvero, tali quadri, sono una sorta di “liturgia” laica volta a testimoniare gli stati d’animo dell’artista di fronte alle vicende cui lo conduce la propria ricerca, alla sfida rivolta a Saturno nel tentativo di vincere il tempo con opere che tempo non hanno, quasi fossero incisioni rupestri di un paleolitico o di un neolitico del tutto inventato.
Il titolo della mostra Sculture in punta di vita, legittima quanto ho cercato di sostenere sul piano dei contenuti e delle risposte estetiche; infatti, il filo d’erba è, di fatto, la matrice di tutta la congerie “organica” di personaggi scolpita e dipinta da Silvio Viola. Quel filo d’erba nasce proprio in punta di vita e inizia a colonizzare le idee e il mondo predisposto in forme e figure dall’artista. Un mondo, il nostro, dove è sì necessario predisporsi alla “fluidità” (vedi la società fluida preconizzata di recente da Zygmunt Bauman – 19 novembre 1925 ), ma di sicuro è anche utile essere muniti di punte per la difesa.

Siliano Simoncini






From a blade of grass


Since the 90’s, Silvio Viola has, through his sculpture and painting, brought forth a conceptual theme in which nature, adhering to it’s original source of energy, emanating from the magma of earth’s life forces, is recognised as a metaphor of organic growth from unpredictable developments. The artist, moving from this hypothesis, has envisioned a world of archetypal presences that have arisen from the plastic/synthetic transposition of a rudimentary blade of grass and which, in time, are enriched by clearly defined “families” of fluid morphology characterised by sharp beaks of defence.

A poetic path, that of Viola, who never suffered subsequent second thoughts, but who, over time, became enriched by the combining power of the elements, ever in conflict with the artistic and social events which were gradually beginning to take form. In fact, by working outside of the artistic system, he was able to free himself from the fashionable legacies and above all he was able to tailor his own ideology of identifying art with life. This one and the same, representing the history of art has, as its primary purpose, the subjective expression and the total involvement of his being with the actions that the artistic language allows. It must be said, however, and history shows, that when the sensitivity, intelligence and creative energy of the artist are indicative, the individual is able to realise even the universal and common feeling.

This premise was necessary to interpret and better understand both the content of the works and their aesthetic design and technical language, always in tune with the design intentions and stimuli born from the artist’s belonging to that “frontier world” I referred to. As regards technique, Silvio Viola, having an academic background, has a remarkable capacity for control of the material but he knows how to model with that stylistic knowledge which has allowed him to avoid the vices of descriptive and formal complacency present in the works of many of the graduates of sculpture. Whether it is wood, lead marble, ceramic or tar, it does not matter because he is able to use them experimenting from time to time with unusual solutions and the expressive results flowing forth are always innovative.

His aesthetic design referring to sculpture and a minimalist organicism, is relevant to the morphologies of Hans Arp (1887/1966) and those of Constantin Brancusi (1876/1957) both, however, filtered through ‘un evocativita surreal’ implemented through the work of Juan Miro (1893/1983). The artist used as a reference even as regards the pictorial work of Silvio Viola. In fact the two experiences go hand in hand and the bond that unites the fullness of the convex with the recession of the concave creates an energetic flow within the sculpture now either modulated or dissonant by the dimensional contrast of the higher parts, which generally end in a finer shape; while in the graphite (particularly the technique: a layer of tar, another layer of road paint therefore, by carving a design on this last level, the black of the bitumen appears on the surface), the “synthetic” surrealism of Miro is more explicit but the material richness – reminiscent of Antonio Tapies (1923) – and the original chromaticity defined by Viola makes the whole completely authentic. The sculptures, rising from the ground (from the magma below, suggests the artist) stand out as a totem pole from an unknown megalithic origin. The observer will soon become involved in the sacredness of the area (the fence of the supernatural) by which time the suggestion will gradually take over. The paintings, unlike the sculptures (those in tasselated wood are smooth with a supple flowing shape, so much so that the hand is induced to stroke the length of the surface) are essentially material either because of a particular technique : besides having been etched by the artist, the last layer of paint is also burned with a flame, so that the pigment and the tar coagulate and bring to life the highlighted areas , to “burn” recalls, but does not imitate, the burnings of Alberto Burri (1915/1955) , whether by the poetic choice of Viola, who, being a sculptor, favours the three dimensional aspect of the surface of a painting therefore, each time , he adds material to the surface of the canvas which he then manipulates until he has selected the essence of the plastic. The series of works dedicated to the theme of The Wanderers even the other named works Inhabited Clouds, or Injury or Chaos reveal the same energy already indicated by the sculpture, but they are a compendium which complement the “sacredness” of the latter. Rather, these paintings are a sort of lay “liturgy” giving witness to the mood of the artist faced with events which led him to his research, to the challenge directed towards Saturn in the attempt to gain time with works which had no time as if they were the rocky carvings of an entirely fabricated Neolithic or Palaeotholic.

The title of the exhibition Sculptures at the point of life is justifiable as I have tried to support, in terms of its content and it’s aesthetic responses: in fact the blade of grass is, by default, the matrix of all the “organic” jumble of characters painted or sculpted by Silvio Viola. That blade of grass born at the point of life begins to establish the ideas and the world of shapes and figures prepared by the artist. A world, our world, where it is necessary to embrace “flow” (see the fluid society recently predicted by Zygmunt Bauman 19/11/1925), but without doubt it is also helpful to be armed with spikes in defence.

Siliano Simoncini


 
Torna ai contenuti | Torna al menu